28 Aprile 2020

Arrivano i satelliti (e forse anche i droni) in aiuto della “caccia” alla plastica in mare. L’innovativo metodo sviluppato da Lauren Biermann e dai colleghi del Plymouth Marine Laboratory è stato recentemente presentato sulle pagine di Scientific Reports: analizzando i  dati forniti da Sentinel-2 dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), i ricercatori inglesi sono stati capaci di distinguere la plastica da altri materiali con un’accuratezza dell’86%.

L’ipotesi degli autori dello studio è che la plastica galleggiante possa essere identificata anche quando è mischiata con altri materiali naturali come alghe, legname, schiuma e acqua di mare. E ciò grazie a una “firma” inconfondibile, ovvero le lunghezze d’onda della luce visibile e infrarossa assorbite e riflesse dalla plastica, che possono essere appunto rilevate attraverso i satelliti. In questo modo il team guidato da Biermann ha potuto studiare, per esempio, i rifiuti plastici presenti nel porto di Durban in Sud Africa, nei pressi di Mitilene in Grecia, al largo delle Isole di San Juan nel Canada nord-occidentale.

Si tratta di “un punto di partenza per l’uso di satelliti e droni per contrastare il problema della plastica in mare alla fine del ciclo di vita del prodotto”, ha spiegato la Biermann. Sì, perché monitorare i rifiuti depositati nei nostri mari e oceani potrebbe facilitare le operazioni di pulizia prima che i detriti affondino, si sfaldino o siano portati via dalla corrente.