8 Aprile 2021

Tessuti di plastica al posto del cotone, nel nome della sostenibilità. Potrebbe essere questa la prossima svolta dell’industria tessile o così almeno sembra “promettere” una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Sustainability e realizzata dal Massachussets Institute of Technology (MIT) in collaborazione con il Politecnico di Torino e l’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (INRM).

Lo studio dimostra come sia possibile trasformare il polietilene dei sacchetti di plastica e delle pellicole alimentari in tessuto, ottenendo un materiale più sostenibile e performante del tessuto naturale. Il processo di produzione di quest’ultimo, infatti, è molto poco amichevole per l’ambiente: basti pensare che ogni  anno impiega oltre 98 mila miliardi di litri d’acqua e produce scarti fluidi ad alta concentrazione di inquinanti, difficili (e costosi) da smaltire in sicurezza. Un impatto che diventa ancora più consistente se considera la richiesta energetica in fase di lavaggio dei tessuti naturali.

Ecco, dunque, la soluzione proposta da MIT e Politecnico di Torino: tessuti realizzati a partire dal polietilene, ovvero il materiale plastico con i più alti volumi di produzione al mondo (oltre 149 milioni di tonnellate l’anno) , reperibile in oggetti d’uso comune come imballaggi e contenitori alimentari. Un’alternativa che l’industria testile non ha mai considerato prima d’ora, poiché poco confortevole data la sua scarsa traspirabilità e bagnabilità. Ma proprio su questo aspetto si cono concentrati i ricercatori, che hanno migliorato le proprietà di trasporto dell’acqua nel tessuto, caratterizzando l’effetto di diversi intrecci e ottimizzando la geometria delle fibre di polietilene. Risultato: un tessuto confortevole, altamente performante e più sostenibile di quelli naturali.

“A conti fatti la produzione di tessuti colorati in polietilene ha un impatto ambientale inferiore del 60% rispetto a quelli in cotone. Le fibre in polietilene hanno inoltre basso costo e sono ultraleggere, e la loro struttura può essere ottimizzata con precisione per modificarne le caratteristiche meccaniche, termiche e ottiche, ottenendo così elevata resistenza a rottura e abrasione e ottima dissipazione del calore. In aggiunta, i pigmenti colorati tipici dello “sporco” aderiscono con difficoltà alla superficie delle fibre in polietilene grazie alla loro semplice struttura molecolare, risultando in proprietà antimacchia che ne semplificano il lavaggio a basse temperature”, ha spiegato Svetlana Boriskina, coordinatrice della ricerca presso il MIT.

“Agendo sul processo di fabbricazione, è possibile modificare le caratteristiche chimiche superficiali e la forma delle fibre, controllando la bagnabilità e le proprietà capillari finali del tessuto, ossia la sua capacità di assorbire e trasportare un fluido al suo interno. Le ottime prestazioni raggiunte dal nuovo tessuto studiato sono dovute alla capacità delle fibre di polietilene di trascinare l’acqua sulla loro superficie pur rimanendo impermeabili, quindi impedendo al fluido di insinuarsi all’interno delle fibre stesse – cosa che invece accade di norma con quelle naturali” , ha aggiunto Matteo Alberghini, dottorando presso il Dipartimento Energia e il CleanWaterCenter del Politecnico.

I tessuti prodotti a partire dal polietilene sono lavabili e asciugabili a basse temperature, evitano il formarsi delle macchie e garantiscono tempi rapidi di asciugatura: caratteristiche che ne fanno un “candidato” ideale per raggiungere un consistente risparmio energetico soprattutto in quei contesti in cui vengono lavate grandi quantità di indumenti e altri prodotti tessili, come alberghi e ospedali. Senza dimenticare il potenziale per l’economia circolare, vista la “facilità” con cui oggi il polietilene viene separato e riciclato a livello industriale.